Brasile-Africa. Un ponte gettato sull’Atlantico?

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Africa

EQUILIBRI 2/2013
RIVISTA PER LO SVILUPPO SOSTENIBILE

Il Brasile è sempre più presente in Africa: niente potrebbe descrivere meglio questa realtà delle 37 ambasciate attualmente disseminate in tutto il continente, che le assicurano una rappresentanza diplomatica più consistente di quella di un paese come la Gran Bretagna. Ma qual è la strategia che la nazione persegue in Africa e quali sono i suoi interessi? Stiamo assistendo a una politica di riavvicinamento intensa quanto insostenibile, come già se ne sono registrate in passato, o non si tratta piuttosto dell’inizio di una cooperazione di lungo periodo e sempre più stretta tra il continente africano e la grande nazione sudamericana?

La lunga storia delle relazioni tra il Brasile e l’Africa

Dopo la separazione del Brasile dal conti- nente africano, avvenuta milioni di anni fa, fu il commercio degli schiavi a segnare le relazioni tra i due territori, nel periodo compreso tra il XVI e il XIX secolo. In Brasile vennero portati più schiavi africani che in qualsiasi altro paese, Stati Uniti compresi, e si crearono in tal modo legami cul- turali profondi e irreversibili con il continente. Il Brasile è stato l’ultimo paese dell’emisfero occi- dentale ad abolire la schiavitù, nel 1888. Nella prima metà del XX secolo, tuttavia, le relazioni tra il Brasile e i paesi africani furono contrasse- gnate da un reciproco disinteresse, perché l’at- tenzione di entrambi era rivolta prevalentemente a nord, verso gli Stati Uniti, nel caso del Brasile, e verso l’Europa, nel caso dell’Africa.

Al termine del secondo conflitto mondiale, le élite brasiliane si adope- rarono per minimizzare il ruolo svolto dalla popolazione di colore nella costruzione dell’identità nazionale e dai programmi scolastici del paese scomparvero tutti i temi legati all’Africa. Con l’intensificarsi delle lotte per la decolonizzazione, il Brasile (sotto la guida del presidente Juscelino Ku- bitschek) si astenne dall’appoggiare direttamente i movimenti indipenden- tisti, in primo luogo perché interessato a ottenere il sostegno delle nazioni industrializzate alla propria crescita economica; in secondo luogo perché timoroso di suscitare il risentimento del Portogallo, suo antico alleato e potenza coloniale africana. Ciononostante, una volta conquistata l’indi- pendenza da parte di numerose nazioni dell’Africa, tra la fine degli anni cin- quanta e l’inizio degli anni sessanta, fu proprio il presidente brasiliano Jânio Quadros a compiere i primi passi verso l’istituzione di legami più stretti con i nuovi stati. Inviò in Ghana Raymundo de Souza Dantas, un giornalista brasiliano di colore, che divenne, così, il primo ambasciatore nella storia del Brasile. In seguito Dantas definì «traumatici e dolorosi» i suoi due anni e scelse di rientrare, accusando il governo di non avergli fornito gli strumen- ti necessari per svolgere in maniera adeguata la missione che gli era stata assegnata. Poco dopo, il Ghana e il Senegal aprirono le proprie ambasciate in Brasile, le prime in America Latina. Il presidente Quadros invitò il capo di Stato senegalese, Leopold Senghor, il quale si trovò poi, paradossalmen- te, a essere ricevuto nel 1964 non dallo stesso Quadros, ma dal generale Castelo Branco, che sei mesi prima aveva deposto, con un colpo di Sta- to militare, il successore del primo, Goulart. Branco considerava l’Africa prevalentemente nel quadro della minaccia comunista, interessandosi ben poco a tutti gli altri aspetti del continente.

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Photo credit: Wikimedia Commons